lunedì 1 settembre 2014

Sulle strade di Alfredo Martini

L'iniziativa Sulle strade di Alfredo Martini è stata pensata e 

realizzata da  Alfredo Martini

per i suoi ragazzi di Trisomia 21 e, insieme alla famiglia, 

esaudiamo il suo desiderio


giovedì 14 agosto 2014

Saresti ancora...


 
De Bruyne

  
Saresti ancora mio fan se apparissi così?




Jean-Michel Saive

Saresti ancora mio fan se apparissi così?






Kim Gevaert

Saresti ancora mio fan se apparissi così?




Dopo i recenti fatti, una bella provocazione in questo video...



Bravi!

Rubrica letteraria: L'ultima colonia


La guerra in Africa Orientale Tedesca 1914 – 1918 - Alberto Rosselli
Quest’anno si ricorda il centenario dell’inizio della 1° guerra mondiale. In effetti non ha molto senso ricordare l’anniversario di una guerra, ma visto che il passato non ci ha insegnato niente e che ormai tali avvenimenti fanno parte della storia, si può ricordare almeno dove quelle tragedie avvennero e rendere omaggio a chi ne fu protagonista involontario, ne pagò le conseguenze e le patì sulla propria pelle. In questi ultimi tempi oltre a ricordare le grandi stragi avvenute sui campi di battaglia dell’Europa continentale, si è riscoperto anche quello che avvenne sul fronte Alpino e che viene chiamata “la Guerra Bianca”. Ho visto con i miei occhi alcuni di quei luoghi e sono rimasto sbalordito per due ragioni: la prima come l’ingegno umano abbia sprecato tanta della sua capacità per costruire e poi demolire alcune opere di ingegneria veramente mirabili in luoghi così difficili per la sopravvivenza, considerati anche i mezzi che allora venivano usati, e la seconda come quei soldati abbiano potuto sopravvivere ai quei disagi naturali e dopo avere La forza e la volontà di combattere per qualcosa che in fondo non a tutti loro apparteneva. Mi viene da pensare che la resistenza e la soglia del dolore di quelle persone è qualcosa che ci è estraneo. La mia intenzione, come vedete dal titolo del saggio che volevo proporvi, è quella di interessarvi ad altri episodi bellici avvenuti molto più lontani da noi e che io ho pensato di chiamare “la Guerra Nera”. Questo non solo perché ho uno spiccato interesse per la storia africana ma anche perché questo libro si lega anche se in maniera indiretta agli altri due volumi di cui ho parlato in precedenza: Le favole africane raccolte da Mandela per il Sud Africa, e Nostra Signora del Nilo per il Ruanda. L’autore è uno storico oltre che giornalista di primo piano ed ha scritto numerosi saggi su argomenti storici di diversissima specie ed epoche e forse, proprio perché giornalista, riesce a scrivere in maniera semplice, ma esaustiva ed intrigante, su argomenti che potrebbero risultare noiosi e pesanti quali la descrizione degli episodi bellici che interessarono quella parte di Africa. Il libro si compone principalmente di 2 parti, una terza è la cronologia degli avvenimenti dal 1860, anno del primo approccio tedesco in Africa, al 1914 anno dello scoppio della guerra. La prima è un corposo prologo che riguarda la colonizzazione della Germania in Africa e la seconda gli avvenimenti bellici veri e propri. Avrei pensato di soffermarmi sul prologo e cercare di illustrare le cause e gli effetti della penetrazione tedesca in Africa e lasciarmi solo alcune considerazioni di carattere generale sulla seconda parte perché rischierei di dilungarmi su argomenti troppo specifici. I primi tentativi di colonizzazione da parte della Germania riunificata da Bismark si rivolsero al Pacifico dove vennero acquistati o colonizzati da compagnie private alcuni arcipelaghi quali “Le Bismark, Le Salomone, Le Samoa, Le Marshall” e, più importante, la parte orientale della isola di Papua e Nuova Guinea. Nello stesso tempo o alcuni anni dopo iniziò la vera e propria epoca coloniale Tedesca. Essa fu tardiva rispetto alle altre iniziative coloniali europee, in quanto la costituzione di uno stato unitario tedesco avvenne tardi rispetto alle altri grandi nazioni europee e secondariamente perché il cancelliere Bismark, artefice della nascita della stato unitario, si convertì solo in tempi successivi ad una politica coloniale dettata dalla ricerca di materie prime per la nascente e subito sviluppata industria tedesca, che già in patria godeva di una buona disponibilità di materie prime. Le prime iniziative furono messe in atto, come del resto anche per le altre potenze coloniali, da società private legate a grandi banche o a gruppi di commercianti che però pur avendo disponibilità importanti non riuscirono mai a far decollare le acquisizioni territoriali che i primi esploratori avevano loro ceduto e quindi per non fallire dovettero far intervenire le entità statali e cedere a queste i territori che avevano asservito. Dato il tardo ingresso della Germania in Africa ad essa non restarono, così come all’Italia, che le briciole del continente africano spartito in quegli anni tra Francia e Inghilterra mentre al Portogallo rimanevano solo i resti del suo precedente impero coloniale. La prima acquisizione fu quella del 1883 Dell’Africa del Sud-Ovest (attuale Namibia) seguita nel 1884 dal Camerun e dal Togo e nel 1885 dal Tanganika (attuale Tanzania, Ruanda e Burundi). Le acquisizioni del Togo e del Camerun avvennero attraverso accordi e transazioni con la Francia e l’Inghilterra, che possedevano territori confinanti, senza particolari problemi. Molto più contrastata fu l’acquisizione dell’Africa del Sud Ovest perché andava a ledere gli interessi primari dell’Inghilterra nella regione del Capo, già allora e da tempo colonizzata intensamente grazie alla sua posizione climatica favorevole e alla ricchezza di materie prime. La conquista dell’interno del Tanganika fu una corsa contro il tempo per battere le mire inglesi già presenti in quell’area geografica. L’approdo sulla costa dell’oceano Indiano dall’interno della regione sopra citata avvenne in condominio con l’Inghilterra. Il pretesto fu quello di combattere la schiavitù ancora fiorente in quella zona costiera ad opera di mercanti Arabi con il tacito appoggio del Sultano di Zanzibar. Materialmente le annessioni avvennero acquistando o sottomettendo militarmente i territori dei piccoli sultanati arabi o le basi di mercanti già presenti. Accordi per stabilire confini certi (per le potenze coloniali) furono fatti anche con i portoghesi presenti in Mozambico e ancora con l’Inghilterra. La redditività dell’impero coloniale tedesco non fu grande cosa; richiese anzi uno sforzo economico notevole per poterlo sfruttare oltrechè un impegno amministrativo e militare non indifferente. Sotto quest’ultimo aspetto gran parte del peso ricadde sulle popolazioni locali assoldate ed addestrate per compiti di difesa e di polizia. Le popolazioni autoctone non opposero grande resistenza alla colonizzazione, se si eccettua la rivolta delle popolazioni HERERO (Africa Sud Occidentale) e del Maji-Maji in Tanganica. Episodi di crudeltà vera e propria nei riguardi delle popolazioni nere si verificarono solo con l’amministrazione del governatore del CAMERUN Heinrich List nel 1893 rimpatriato forzosamente; per il resto la politica di sottomissione non risultò dissimile da quella delle altre potenze coloniali dell’epoca. Dunque all’inizio della guerra nel 1914 la Germania in Africa deteneva le seguenti colonie: Africa Occidentale Camerun e Togo; Africa Orientale Tanganika; Africa Australe Arica del Sud-Ovest. Questi territori erano completamente scollegati tra di loro e circondati da altrettante colonie delle potenze avversarie ed inoltre praticamente isolati da ogni punto di vista dalla madre patria. Tale situazione fece si che essi poterono opporre una scarsissima resistenza alle truppe coloniali e territoriali della Francia e dell’Inghilterra, coadiuvate in alcuni episodi da quelle di Belgio e Portogallo, per cui già nel luglio del 1915 essi erano stati occupati integralmente. L’unica eccezione, che poi è quella che dà luogo a questo saggio, fu la colonia del Tanganika che si arrese solo il 26 Novembre 1918 e cioè 15 giorni dopo la firma dell’armistizio da parte della Germania; e che adempì in pieno, e forse anche al di là di ogni previsione, al compito che era stato assegnato alle colonie: cercare di distrarre dal fronte europeo più mezzi ed uomini possibili. Questa guerra nella guerra si combattè su tutti i fronti: terrestre, aereo, marittimo, lacustre-fluviale e arrivò a coinvolgere un numero enorme di truppe non solo coloniali ma anche territoriali da parte di Inglesi, Belgi, Portoghesi, Sud Africani che dovettero impiegare e far pervenire, anche dalla madre patria quantità ingenti di armi, munizioni, vettovaglie di ogni genere, per aver ragione di circa 300 europei e 14.000 Ascari. Il merito principale di questo fu del comandante tedesco colonnello Lettow Vorbek che attuò la strategia della guerriglia per sfiancare gli avversari e sopravvivere approfittando delle loro debolezze negli alti comandi e cannibalizzando i depositi di armi e viveri degli avversari conquistati con veloci e fulminei attacchi da piccole colonne di soldati che poi si rifugiavano nella foresta. Va ricordato che i tedeschi riuscirono una sola volta in tuta la guerra a ricevere rifornimenti dalla madre patria, mentre gli alleati avevano come retrovie entità quali il Sud-Africa già di per sè ricche e sviluppate anche militarmente e dotate di porti sicuri per ricevere i necessari rinforzi. Solo il generale Sud Africano di origini Boere HORACE SMITH-DORRIEN riuscì a controbattere il colonnello Lettow che aveva tratto insegnamento dalla tattica usata dai Boeri contro gli Inglesi alcuni anni prima dove vi aveva partecipato in qualità di osservatore. La fine della guerra portò alla spartizione dell’impero Tedesco fra le potenze vincitrici: il Togo ed il Camerun in proporzioni variabili ai Francesi ed agli Inglesi con le loro colonie limitrofe, il Tanganika smembrato tra Rhodesia, Tanzania agli inglesi, il Ruanda Urundi ai belgi e l’Africa del Sud Ovest(oggi Namibia) al Sud Africa che vi rimase fino al 1990, quindi fino alla caduta dell’Apartheid e alla nascita del governo di Mandela. 
Raffaele Strada

sabato 9 agosto 2014

Dear Future Mom giudicato un video sconveniente. Censurato.



A distanza di mesi si parla ancora di #dearfuturemom il video realizzato da CoorDown in occasione della giornata mondiale della persona con sindrome di Down e che, con una vittoria sterminata, ha portato a casa riconoscimenti importanti al Festival internazionale della creatività di Cannes, vincendo ben sei Leoni: due d'oro, tre d'argento e uno di bronzo.

Ad oggi conta sul web 5.547.403 visualizzazioni, ma non basta...
dobbiamo lottare ancora per andare avanti a testa alta, con i nostri figli, perché il video è stato censurato dal Csa (Consiglio superiore per l'audiovisivo) perché questa volta si dice che può "turbare" chi ha fatto scelte diverse.

A nome personale mi e vi domando:
Ma i nostri figli non si turberanno quando leggeranno che è stato censurato il loro messaggio di felicità e di speranza?

Per me è una decisione inaccettabile. Non ho altro da aggiungere.
Antonella

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Trisomia 21 Onlus Firenze aderisce a





venerdì 8 agosto 2014

La nostra rubrica letteraria: "ZeroZeroZero"


Chi non conosce Roberto Saviano, le sue battaglie contro la Camorra, le sue prese di posizione contro il degrado di alcune zone di Napoli e della Campania, in sintesi il suo impegno morale contro ogni deviazione del vivere civile e al contempo il suo impegno, certo come intellettuale, nel cercare di ripristinare la legalità dove essa sia scomparsa? Quindi leggo ed apprezzo le sue apparizioni in pubblico, le sue prese di posizione, i suoi articoli sulla stampa, però non avevo avuto la voglia, o il coraggio, di leggere il suo primo libro “Gomorra”.
Poi però mi sono detto: come posso dire di condividere le sue idee se non le approfondisco, se non so di cosa parla in particolare, se non mi sporco la mente facendo fatica a leggere di tante nefandezze, se non mi impegno su certe pagine che fanno orrore solo a guardarle? Quindi ho preso il suo secondo libro; quel titolo che trovate all’inizio.
E’ agghiacciante.
Sono agghiaccianti le parole con cui il libro inizia:
 “La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capo ufficio. O la sua segretaria che tira il sabato per divertirsi...Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu."

Leggi e ti viene male allo stomaco, ti viene voglia di andare in bagno per liberarti perché la nausea aumenta mano a mano che vai avanti. Ma non perché hai in mente o ti vedi davanti agli occhi qualcuno che è il povero drogato che la sera trovi per strada, no: perché pensi a quello che leggi e lo trovi incredibilmente vero.
Ti rendi conto che quello che scrive Saviano purtroppo è la realtà, non è qualcosa di estremo che riguarda solo pochi o relativamente pochi tossici, è quello che si nasconde dietro l’apparenza della società civile, anche del primario di ospedale che ti toglie l’appendice o del macchinista del treno ad alta velocità che ti porta a Roma.
Dopo queste iniziali considerazioni morali che ti inchiodano a guardare in faccia ad una realtà che forse non volevi vedere, Saviano passa ad illustrarti l’origine, chiamiamola così, del fenomeno.
Si parte dalla coltivazione, naturalmente già sotto il controllo delle famiglie sudamericane, e poi via via al raccolto, alla raffinazione ed infine alla grande distribuzione, ai supermarket della droga. Tutti questi passaggi sono in mano a potenti clan più o meno organizzati e dislocati in ogni angolo del pianeta. Oggi non c’è parte di mondo che non sia impestata dalla coca ed in ogni parte c’è violenza, morte, sangue e danaro. Tanto danaro che noi forse non riusciamo neppure a quantificarlo. Tutto questo oro serve, come ogni industria che si rispetti, per la produzione, il trasporto, la commercializzazione, ma più che mai per ungere alcune ruote degli apparati statali.
Di fronte ci sono i mastini che cercano di fermare o di rallentare questo fiume inarrestabile, con la loro intelligenza, la loro caparbietà, infiltrandosi nel marciume, rischiando la vita e spesso lasciandola, per difendere noi onesti cittadini che non conosceremo forse mai i loro nomi o il loro coraggio.
Certo, il loro coraggio, che anche ieri ha permesso un sequestro di 450 Kg. di droga nel porto di Gioia Tauro nascosti in 2 container provenienti dal Sud America, ma questi sacrifici sono niente a confronto delle tonnellate di roba che circola in tutto il mondo sotto le più disparate coperture, dai mini sommergibili, alle più eleganti barche a vela, dai luridi pescherecci ai disperati imbottiti di droga negli intestini che rischiano così la loro vita, agli animali anch’essi imbottiti di polvere e poi squartati e gettati nei campi come semplici carogne, alle belle signore frequentatrici di ambienti altolocati che l’hanno fatta franca per anni perché coperte da onorevoli e poi improvvisamente scoperte con sommo stupore di noi ascoltatori del TG. Così viene alla luce l’altra componente principale del traffico di stupefacenti: la connivenza di politici corrotti forse per uso proprio, forse per interesse personale o forse per tutte e due le cose ed allora viene il dubbio che non riusciremo mai a spezzare questa spirale di potere, soldi, morte, sequestri, processi, condanne, assoluzioni e ancora potere e così di nuovo.
Allora dopo questi fatti è importante dire che Saviano è un bravo scrittore o che si è documentato in maniera accurata e che il libro non ti consente distrazioni e che ti prende come un romanzo??
Forse è importante solamente leggerlo, rimanerne scioccati come è successo a me, divulgarlo, parlarne, discuterne perché a noi uomini retti non rimane altro se non battersi con i mezzi della ragione, della convinzione e dell’esempio, per rimanere tali e far rimanere tali i nostri cari. 
Raffaele Strada

martedì 29 luglio 2014

Rubrica letteraria: LA GRAMMATICA DI DIO - Storie di solitudine e allegria

                                                                      Stefano Benni
Dato che ormai siamo vicinissimi alle vacanze, vorrei scrivere di un libro adatto alla lettura estiva.
Il nome dell’autore è già di per sé una garanzia. Ho conosciuto Benni con la sua opera prima, Bar Sport, a cui quasi tutti quelli della mia generazione devono molto, comprese locuzioni e rimandi che sono entrati nel linguaggio comune e che ancora oggi (dopo ben 38 anni!!) ci portiamo dietro. Chi, tra noi che abbiamo felicemente sorpassato i secondi “anta”, non conosce la Luisona? Benni scrive con un’ironia a volte poetica a volte cinica, ma sempre lucidissima. Crea mondi di personaggi magici e surreali, uomini e animali, ma quando chiudi uno dei suoi libri ti sembra di aver letto la storia di qualcuno che conosci o potrai incontrare. E si ride, sempre.
Si tratta di un libro breve. E’ una raccolta di 25 racconti (alcuni di una pagina sola) che si leggono bene, quando non benissimo. Il filo conduttore è, appunto, la solitudine anche se non so quanto sia stato un caso e quanto una scelta. In questo testo si incontra un Benni diverso dal solito, alcune delle storie fanno male al cuore e ogni lettore può trovarne una che parli direttamente a lui. O con lui. Ma non si piange, si riflette. I protagonisti sono una sorta di enciclopedia dell’umanità che va ben oltre l’ordine alfabetico: c’è un cane che torna sempre indietro, un ladro che più ladro non è, un frate che non parla più, una strega al giorno d’oggi, due pescatori molto simili e molto diversi, un manager affermato e gli altri scopriteli da soli. Si sente nostalgia e rimpianto per qualcosa di perduto, qualcosa che non tornerà e comunque se tornasse non sapremo che farcene. Ma in ogni storia, oltre ad uno sguardo malinconico e senza pietà su quello che ci sta davanti e intorno, c’è anche la capacità di tirarne fuori la comicità, per quanto amara possa essere.
E si ride, nonostante tutto.

Alla fine si ha l’impressione di aver dato uno sguardo sul mondo, come se avessimo avuto la possibilità di sbirciare da una finestra affacciata sul genere umano. Questo libro ha provocato una frattura fra i seguaci dell’autore: chi si aspetta di trovarci il Benni scoppiettante e irriverente di Il Bar sotto il mare rimarrà deluso. Chi invece cerca una lettura intelligente, poetica e che a volte faccia morire dal ridere lo apprezzerà molto. E alla fine, è vero quel che dice il filosofo greco citato in apertura del libro: tra gli dei che gli uomini inventarono, il più generoso è quello che unendo molte solitudini ne fa un giorno di allegria.

Buona lettura!

Allora Leonnino decise di uccidersi.
Come primo tentativo si buttò giù dal letto, ma si slogò solo un gomito.
Poi con la sedia a rotelle investì il carrello dei pasti, ma riportò solo una lieve ustione da purè.
Una notte cercò di soffocarsi con il cuscino, lo trovarono al mattino livido e ansante, ma vivo.
Infine si mise sotto le coperte e scoreggiò trecentottantasei volte. Quando l’infermiere sollevò le lenzuola svenne, e con lui il trenta per cento del personale paramedico e gran parte dei topi nei sotterranei dell’ospedale. Ma il nonnoriportò solo una lieve intossicazione da gas scatolico e si riprese in fretta.

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martedì 8 luglio 2014

Rubrica letteraria: Storia di una ladra di libri


                                                      di Markus Zusak


Siamo nel 1939, in una cittadina vicina a Monaco e a Dachau in piena Germania nazista.
La storia della protagonista, Liesel Meminger, inizia quando trafuga un libro durante il funerale del suo fratellino. Non sa leggere ancora e quindi cosa può significare per lei quel libriccino semisepolto nella neve?
Liesel verrà affidata ad una famiglia adottiva composta da un padre imbianchino prodigo di tenerezza che le insegnerà a leggere e una madre ruvida, dai modi fin troppo spicci ma capace di profondi e inaspettati sentimenti. La bimba cresce, circondata da una delle più terribili epoche del nostro passato, intreccia relazioni e si affaccia alla vita accompagnata da eventi terribili visti attraverso i suoi occhi, e da un viscerale amore per le parole. Le parole.




La voce narrante è la Morte, affaticata da un periodo di “superlavoro”, un po’ ciarliera, un po’ malinconica, un po’ innamorata della vita e degli uomini. A volte ironica, capace di humour ovviamente “nero”. Spesso compassionevole e incredula.
La struttura del libro è particolare, all’inizio di ogni capitolo c’è un elenco del suo contenuto, a volte gli avvenimenti vengono anticipati per poi ritornarci sopra, ci sono incisi in grassetto per spiegare alcune parole, insomma uno stile abbastanza anomalo.

Per godere di questo libro credo che occorra innanzitutto non farsi fuorviare: non è un romanzo sull’olocausto, né la storia di una ladra. La guerra, il nazismo, la terribile sorte degli ebrei sono visti, vissuti e tradotti da una bambina attraverso il suo quotidiano fatto di giochi con altri ragazzini, di vita di strada, di mansioni domestiche e libertà rubate. Liesel fa i conti con la realtà e vi si adatta, come fanno i bambini, ma ovviamente non ne capisce le implicazioni politiche, storiche e sociali. Vive un periodo con un ebreo in cantina e stringe una bellissima relazione affettiva con quest’uomo: per lei la parola “ebreo” non ha nessun senso. Nelle sue fughe a rubare nei frutteti con l’amico del cuore c’è la storia di qualsiasi bambino vissuto ai limiti della campagna probabilmente anche ai giorni nostri, anche se la spinta di base è la fame e non il piacere del rischio. La piccola non è neppure una ladra, alla fine i libri rubati saranno solo 3. Trovo che il titolo sia abbastanza fuori luogo e possa creare aspettative che poi verranno disilluse.



Probabilmente molti leggendolo hanno anche pensato che sia un libro scritto per ragazzi, ma su questo non sono assolutamente d’accordo. Credo che questo sia un libro che vada letto due volte per apprezzarlo pienamente: la prima per soddisfare la curiosità, la seconda per assaporarne il contenuto e lo stile.
La partecipazione emotiva del lettore è anche troppo scontata, soprattutto in alcune pagine veramente ben scritte: la processione degli ebrei diretti a Dachau; l’attesa nei rifugi contro i bombardamenti; l’onesta morale che lega il padre ad una fisarmonica e ad una promessa del passato e mette a rischio tutta la famiglia ma, semplicemente, non ci si può tirare indietro; gli scherni e gli scherzi verso la bottegaia nazista, l’amore innocente di Liesel verso il suo compagno di giochi che lei stessa comprenderà solo quando sarà troppo tardi, solo per citarne qualcuno.



A me il libro è piaciuto, forse proprio perché non la violenza e la cruenza si affacciano soltanto tra le pagine e l’autore è riuscito a trovare e a dare gentilezza e delicatezza anche ad una delle realtà più crudeli che il genere umano abbia conosciuto. Perché parla dell’amore per le parole, dell’incredibile potere di una storia o di una definizione. E racconta di come l’anima possa trovare anche in una parola un balsamo capace di guarirla. E di sopravvivere.
Contrariamente ai miei principi stavolta riporto le frasi finali del libro, che raccontano molto ma non svelano niente. Buona lettura!

Silvia Corazza

Avrei voluto dire tante cose alla ladra di libri, parlarle della bellezza e della brutalità. Ma che cos’altro avrei potuto dire che lei già non sapesse? Volevo dirle che da sempre mi capita di sovrastimare o sottostimare il genere umano…di rado mi limito a stimarlo. Volevo domandarle come potesse una medesima cosa essere terribile e splendida allo stesso tempo, e le sue parole dure e sublimi insieme.
Nulla di tutto ciò mi uscì dalla bocca.
Riuscii solamente a volgermi verso Liesel Meminger, per confidarle l’unica verità che conosco davvero. La dissi alla ladra di libri, e adesso la ripeto a te:

***ULTIMA POSTILLA DELLAVOSTRA NARRATRICE***
Sono perseguitata dagli esseri umani